miércoles, 25 de abril de 2018

En ocasión de la partida de Armando Petrucci

Lamento mucho la partida de Armando Petrucci. Pude hablar mucho con él cuando fue mi orientador en Pisa. Era una persona cálida, afable, muy interesada por lo que estaba sucediendo en la Argentina por entonces, era el 2001, además, por supuesto, era uno de las personas que renovó el modo en que nos enfrentamos con la lectura de los textos, con la escritura, con su espesor histórico. Petrucci era romano, pero vivía en Pisa desde hacía unos años, porque había sido contratado como profesor de Paleografía en la Escuela Normal. Muchas veces, a la tarde, se lo podía ver paseando por las calles del centro histórico de la ciudad, del brazo de su esposa. Y siempre, cuando me veía, la misma pregunta: ¿cómo están las cosas en la Argentina? En los últimos años, escritos suyos fueron publicados en la Argentina por la editorial Ampersand, que viene haciendo un trabajo hermoso y sostenido en toro a cuestiones relacionadas con la cultura material, con la tradición escrita y con la imagen, temas que se cruzan en la obra de Petrucci. Si lo leen van a entrar en un viaje en el que se cruza el análisis detallado de la letra manuscrita en la edad media, las prácticas de lectura en los países del bloque socialista y el canon como un orden del discurso. Aquí el texto de una nota en su memoria publicada en el diario Il manifesto:

Por Corrado Bologna
I libri sono creati dalle mani degli uomini, e si muovono per il mondo sulle loro gambe», diceva spesso Armando Petrucci, forse il più grande paleografo del nostro tempo, scomparso lunedì a Pisa, dove aveva a lungo insegnato alla Scuola Normale Superiore dopo un importante magistero alla Sapienza di Roma.
L’idea era profondamente umanistica e politica, come ogni parola e ogni pensiero di Petrucci. Non c’è nulla, nella storia dell’uomo, che possa ricondursi solo al pensiero: conta in primo luogo la fisicità degli oggetti che mettiamo al mondo lavorando con il cervello, la materialità dei gesti che gli individui compiono per lasciare traccia durevole della propria esistenza e per trasmettere alle civiltà future le proprie conquiste, le proprie fatiche, i propri sogni.
IN QUEL CAPOLAVORO della storiografia moderna che è l’Apologia della storia o Mestiere di storico Marc Bloch scrisse che «il buono storico somiglia all’orco della fiaba: là dove fiuta carne umana, là sa che è la sua preda». Così possiamo dire oggi, con la memoria ancora ferita dalla notizia della morte di Armando Petrucci: dietro le carte, le pergamene, i libri, i documenti, i monumenti letterari, come pochi altri maestri lui ci ha insegnato a riconoscere l’altissima disposizione culturale che Dante, nel De vulgari eloquentia, definiva humana sequi, «seguir virtute e conoscenza». Come ogni storico di grande classe Petrucci fiutò e cercò sempre «carne umana»: cioè creature, uomini e donne in carne e ossa che furono vivi su questa terra e dei quali, dopo il loro svanire materiale, conserviamo ancora lo spirito, i segni, le idee, l’arricchimento della civiltà tradotto in segni grafici.
In questa prospettiva Marc Bloch, nella dedica del suo libro a Lucien Febvre, indicava la rotta dell’umanesimo di ogni ricerca storica: «A lungo e concordemente abbiamo lottato per una storia più ampia e più umana». E Petrucci condivise nei fatti la definizione del lavoro di storico che lo stesso Bloch cesellò con grande umiltà: «il memento di un artigiano che ha sempre amato meditare sul proprio compito quotidiano, il taccuino di un operaio che, pur avendo a lungo maneggiato tesa e livello, non si crede, per ciò, un matematico».
Un operaio della cultura è stato, davvero, Armando Petrucci. Un intellettuale fine e colto, capace di innovare come pochi non solo il proprio settore scientifico, ma molti altri contigui, con un rigore e una passione che solo i grandi umanisti sanno immettere nella fatica della ricerca.
Soprattutto, Petrucci fu sempre attentissimo a cogliere nel proprio tempo l’eco di una vicenda antica e ininterrotta. Fu maestro nello scovare il significato simbolico della disposizione sulla pagina di un testo classico. Nel cogliere il valore di «scritture avventizie» giunte fortunosamente come messaggi affidati a una bottiglia nell’oceano del tempo: prove di penna, impulsi a incidere il proprio «io» su supporti non destinati alla scrittura come un muro o un affresco, indovinelli con cui si avviava un volgare fino ad allora mai scritto.
NELL’ESAMINARE il sistema delle «scritture esposte» con cui in ogni tempo il potere ha esibito la propria forza e la propria vana volontà di sconfiggere la morte. Nel restituire il senso storico-letterario della sequenza con cui si alternarono molti scribi per comporre un fondamentale canzoniere delle origini liriche italiane. Nel ridar vita alle più quotidiane impronte della mano umana in un libro di conti o di memorie mercantili. Addirittura nel cogliere il senso antropologico dei «pizzini» mafiosi vergati da semianalfabeti per trasmettere ordini criminali.
In ognuno di questi passaggi dalla mente alla mano Petrucci vide con lucidità la testimonianza di maniere di vivere che si traducono in modi di scrivere, di forme culturali calate in modelli grafici. Non a caso «Scrittura e Civiltà» si intitolava la rivista che fondò e diresse a lungo, e che aprì prospettive originalissime sulla storia delle scritture e sul gesto dello scrivere, sempre in equilibrio intelligente e coraggioso fra la storia, la letteratura, l’antropologia.
Come Giorgio Raimondo Cardona, magistrale etnolinguista e glottologo troppo presto strappato via dal destino, la cui Antropologia della scrittura (Mondadori, 1982) Petrucci ripropose per Utet nel 2009 con una intensa prefazione, anche Armando ci ha insegnato a ripercorrere il movimento dalla mente alla mano con cui l’idea si fa azione e cosa, testimonianza e eredità. Come Cardona, su altri piani, anche Petrucci ha messo in luce i più segreti aspetti antropologici, sociologici, letterari, artistici, celati nei sistemi di comunicazione grafica, e ha fatto risaltare l’importanza del rapporto fra il pensiero istantaneo e il lento moto della mano che, inseguendo quel flusso fulmineo, crea semplici manufatti e opere d’arte, allinea lettere per dare corpo di parola alle idee.
Con un’attività formidabile di riflessione sul metodo e di studio specialistico applicato alla storia materiale dei libri, Petrucci ha contribuito come pochi a fare della paleografia una scienza dello spirito incarnato nel movimento della scrittura, dimostrando come le strutture del pensare si riflettono nell’invenzione di modi di produzione e di organizzazione dei testi, nella forma materiale dei libri, nell’architettura segreta delle pagine.
I suoi molti, fondamentali saggi dedicati alla letteratura italiana nell’arco lunghissimo di un millennio di storia, raccolti un anno fa presso Carocci con il titolo Letteratura italiana: una storia attraverso la scrittura, ci hanno insegnato a riesaminare la storia letteraria come somma delle tracce di innumerevoli mani di altri operai della cultura: autori celebri e oscuri, copisti spesso anonimi, editori capaci di costruire un libro come un edificio del pensiero, lettori che spinti dal desiderio di dialogare con il «loro» scrittore hanno depositato una postilla, un appunto, un nome, su un foglio destinato a restare nel tempo, e poi a svanire, come ogni altra cosa terrestre.
RESTARE, FAR MEMORIA, agire nella storia, scomparire. È la vicenda umana, che la scrittura riassume per sineddoche. Credo che nessuna frase si addica a sintetizzare il prezioso lavoro di questo grande storico della cultura quanto la celebre definizione con cui Galilei, nel Dialogo sopra i due massimi sistemi, definisce la scrittura come la somma invenzione umana, assai più rilevante del telescopio o degli strumenti di raffinata tecnologia: «Sopra tutte le invenzioni stupende, qual eminenza fu quella di colui che s’immaginò di trovar modo di comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo? parlare con quelli che son nell’Indie, parlare a quelli che non sono ancora nati né saranno se non di qua a mille e dieci mila anni? e con qual facilità? con i vari accozzamenti di venti caratteruzzi sopra una carta».

martes, 24 de abril de 2018

Reseña de Geometría y angustia, en revista Präuse, de Santa Fe, por Walter Romero

EL YING Y EL YANG DE LA MUERTE

Walter Romero

   El niño, como el animal, vive en el instinto de la acción. No conoce los preceptos del reloj, tampoco el amarre pedregoso de la memoria. Artista del olvido y la celeridad, el niño no se detiene más que para tomar impulso. Desconoce la parsimonia de la cavilación y el acerbo del aburrimiento. No puede cansarse, no quiere frenar. Recorrer el mundo según la guía turística del lenguaje, privarse de inventarlo por fuera de la geometría de la lengua, le parece el colmo de la indolencia.

   ¿Qué pasa, no obstante, cuando un niño se enferma? ¿A qué nueva experiencia lo doblega el reposo de la convalecencia? ¿Qué tipo de relación establece, privado de la acción, con el mundo y consigo mismo? ¿Cuál es la lengua de un niño enfermo? ¿De qué forma se interpela en la quietud blanca del hospital? La voz infantil de un cuerpo enfermo parece ser el tema de Geometría o Angustia de Diego Bentivegna. No la narración de la enfermedad en sí, de la cual no sabemos nada, sino el ejercicio libre de un soliloquio que explora, como un perito frente a un organismo desconocido, las nuevas propiedades de su cuerpo inmóvil.

   El concepto o metáfora implícita que Bentivegna emplea para trazar el itinerario del soliloquio es la dualidad opositiva pero complementaria del ying y el yang. Por un lado el color blanco, fuerza que figura y propicia el orden de lo íntimo, y por otro el color negro, asociado al orden de lo colectivo. El primero, correspondiente a la primera parte del poemario, atiende a la imaginación razonada del yo, a la subjetividad que se construye con la lengua materna. Es el momento de la angustia, del llanto, de utilizar las palabras que el propio cuerpo te suministra para nombrar su dolor:

Cuando nadie me escucha,
lloro por las noches;
cuando nadie me mira,
lloro por las noches;
cuando nadie me habla,
lloro por las noches.

Podrían extraerme la cabeza
si quisieran:
podrían sacarla de su tronco, curarla


Completo, acá.

jueves, 22 de marzo de 2018

sábado, 3 de marzo de 2018

Julio Ortega en Babelia, suplemento de El país de España.

"La poesía se hace cargo del tiempo en fuga. Se precipita el tiempo verbal en la dicción de Emily Dickinson y en la notación visionaria de Julia Castillo. Pasa el tiempo protestando en Ernesto Cardenal y José Agustín Goytisolo. En Roberto Fernández Retamar (“somos hombres de transición”), Joan Margarit, Álvaro Salvador y José Emilio Pacheco, irrumpe elocuente y cierto. De Reina María Rodríguez a María Auxiliadora Álvarez, discurre el verbo de la subjetividad. Y entre Tamara Kamenszain, Malú Urriola, Magdalena Chocano, Victoria Guerrero y Rocío Cerón, se forja el coloquio del habla desplegada como mutua. Tienen las palabras lugar y tiempo en la artesanía de David Huerta y Alberto Blanco. Seguimos conversando con la Zambrano y el Ullán gracias a Olvido García Valdés. Y gana elocuencia la intimidad entre Rafael Cadenas, Giovanni Quessep, Gloria Posada y Diego Bentivegna…"

Artículo completo, acá.

lunes, 8 de enero de 2018

Maria Borio, texto del poemario L´altro limite

Mario Borio


Las nueces abiertas sobre la mesa
todavía son un sonido –
el movimiento brillante de los ojos
desde la puerta hasta la mesa:
el trabajo, el peso que no existe,
la angustia ligera de la gente –
como si la belleza no tuviese un origen.
Estas nueces han hecho ruido,
me quitan el pensamiento
(nace y ya son de todos,
todos los pensamientos…),
me remiten al cuerpo,
a lo que llamo sabores
(¿las ideas nunca tienen cuerpo,
forman parte de todos?),
me detienen para contar los restos,
para recogerlos sobre la mesa (¿mis pensamientos
a quienes hicieron felices?).
La cáscara quebrada pertenece a estas manos,
en la cavidad, en la línea de la palma,
puntas de semillas -nace una vida
en el instante dentro de estas manos.

No tener pensamientos….

Maria Borio nació en Perugia, Italia, en 1985. El texto es del libro L´altro limite, Lieto Colle-Pordenone Legge 2017.
Traducción: Diego Bentivegna

sábado, 2 de diciembre de 2017

Reseña de Geometria o angustia

Por Franco Bordino, en la nueva Hablar de poesía, 2017.


(Diego Bentivegna: Geometría o angustia – Pre-Textos)
Por Franco Bordino

(…)
Theodor Adorno sostuvo que era imposible volver a escribir poesía bella después de Auschwitz, que todo poema, a partir de entonces, para no ser una infamia, debía pagar algún tributo al horror; Giorgio Agamben, que los testimonios de sus sobrevivientes –próximo al mutismo, como consecuencia de las traumáticas vejaciones padecidas–, eran un modelo privilegiado de la experiencia vital y de la verdad. No sé si es una casualidad o algo deliberado, pero Geometría o angustia de Diego Bentivegna parece encarnar las ideas de estos renombrados filósofos.
Las influencias literarias a veces se padecen y se resienten como un lastre, pero no creo que estas que señalo resulten antipáticas al autor del libro ni a sus potenciales lectores. Sólo por eso me permito señalarlas.
Creo haber repetido, sin embargo, la paradoja de la Medicina, que para estudiar la vida, la disecciona y la destruye. Me remito por ello a la criatura en su estado natural, sin la contaminación de mi análisis; cito a modo de cierre, para el lector, un poema entero de Geometría o angustia:

Para pasar el tiempo, la chica del Danubio
dice poemas que la mujer no entiende. Los canta,
más que recitarlos. Hay otro húngaro,
alguien más bien retraído y silencioso,
que, según se dice, es profesor de sánscrito;
está huyendo de Europa
y lleva con él un libro.
Ese libro contiene la traducción (¿al alemán?, ¿al húngaro?,
¿a alguna lengua eslava?) del Bhagavad gita, el poema
de la conservación y de la muerte de los mundos.
La mujer, sin embargo,
no sabrá nunca quién fue el joven con la piel azulada
que conducía los caballos.
No sabrá quiénes fueron los pandavas,
ni el rey ciego, ni el nombre de las caracolas terroríficas
que resuenan en el campo antes de que empiece la batalla.
Recordará solamente algunas palabras que no se entienden,
sonidos que no llegan a formar una frase con un sentido pleno,
que el hombre sabio murmura en el campo,   así como a la hoja de loto no la toca el agua.

[FRAGMENTO. Reseña completa en las páginas 219 a 222 del número 36 de Hablar de Poesía]

http://hablardepoesia-numeros.com.ar/numero-36/la-poesia-despues-auschwitz/

domingo, 12 de noviembre de 2017

Sobre Carlos Battilana, El empleo del tiempo, Poesía y contnigencia, Buenos Aires Ojo del Mármol, 2017


(Texto de contratapa)

Acaso escribir sea un modo de caminar. Carlos Battilana recorre en este libro las zonas en que la poesía se construye, se escribe, y a la vez se ubica en un límite: busca una materia y un cuerpo. Desmenuza el poema en una serie de textos que oscilan entre la memoria y el ensayo. Lo ubica en un hiato donde está la memoria de las lecturas de la poesía latinoamericana (está Darío, está Martí, está Vallejo), están las transmisiones de los partidos de San Lorenzo, está el fraseo del tango y están algunas fulguraciones clásicas del rock argentino. 
En el ensayo que le dedica a Rubén Darío, Carlos recuerda que una de las primeras veces que leyó el nombre del poeta nicaragüense fue en el cartel de una de las paradas de la línea de tren que sale de la estación de Chacarita, se interna en la provincia y pasa por Hurlingham. Quizá el libro como un todo puede cifrarse en ese microcosmos. Todo ensayo es un discurso en movimiento que en algún momento, como todo tren,  encuentra su ritmo, su traqueteo. Los textos de Battilana nos llevan a lugares en los que la poesía (la suya y la de los poetas que ama, y que a través de sus escritos nos hace amar) busca una materia. Discurren en una zona de contacto en la que los versos muestran su condición de dicciones y de gestos, y desde allí nos interpelan.
Este libro es además un recorrido personal y lúcido por algunas estaciones de la poesía escrita en la Argentina desde los años noventa en adelante, de la que Battilana es un atento lector. En esas lecturas se plantea un desvío y, al mismo tiempo, un regreso a la tópica de la poesía de los noventa, y lee ese objeto ya canónico desde su revés. “En el caso de los buenos poemas, las palabras regresan a la lengua, a la voz del lenguaje con una fuerza nueva”, leemos en uno de los ensayos. Fiel a esta idea, Battilana vuelve en este libro sobre algunos de los elementos que fueron armando su escritura desde hace ya veinte años: una escritura que se mueve entre dos modos, la poesía y el ensayo, que más dos géneros, para Battilana son dos compases, dos ritmos, dos velocidades con las que emprender un viaje.
                                                                                 


Diego Bentivegna